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Green Bonds, Tassonomia verde e nuovo standard UE per la finanza sostenibile

Green Deal - Photo credit: Foto di ejaugsburg da Pixabay Come parte dell'European Green Deal, l’UE vuole impegnare il settore finanziario a dare il suo contributo alla riduzione delle emissioni di gas serra. Prevedendo un nuovo standard UE per le obbligazioni verdi, ancorato alla sua tassonomia per la finanza sostenibile.

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La Commissione europea ha presentato quest’estate un piano d’azione, che avrebbe l’obiettivo di rendere il settore finanziario più sostenibile. E ultimamente ha annunciato di voler finanziare circa un terzo dei fondi per la ripresa dalla crisi del COVID nei prossimi cinque anni con obbligazioni ecologiche per un totale di 250 miliardi di euro.

Le obbligazioni verdi, o Green Bonds, sono strumenti finanziari sviluppatisi negli ultimi anni, caratterizzati da un tasso di crescita straordinario dal 2007 a oggi. Sono obbligazioni la cui emissione è legata a progetti aventi un impatto positivo sull’ambiente: dall’efficienza energetica alla produzione di energia da fonti pulite, dal trattamento dell’acqua e dei rifiuti, alle iniziative legate alla prevenzione e al controllo dell’inquinamento, alla costruzione di centrali eoliche e all’edilizia eco-compatibile.

Il progetto di un nuovo standard green

Al momento, lo standard di mercato dei Green Bonds è ancora quello riconosciuto a livello mondiale e anche l’UE lo ha utilizzato per la sua ultima emissione di titoli. Tuttavia, al fine di creare maggiore chiarezza per gli investitori, la Commissione sta progettando un nuovo standard UE uniforme, il cosiddetto “EuGB”, come da apposita proposta di regolamento sulle obbligazioni verdi europee.

A differenza degli standard attuali del mercato finanziario globale, l’EuGB dovrebbe definire in modo più preciso in quali attività economiche “verdi” possano essere investiti i proventi delle obbligazioni e si baserà, inoltre, sulla tassonomia verde in vigore nell’UE – ossia la classificazione delle attività economiche che possono essere definite, appunto, “sostenibili”. Quest’ultima individua sei obiettivi ambientali e climatici:

  • mitigazione del cambiamento climatico;
  • adattamento al cambiamento climatico;
  • uso sostenibile e protezione delle risorse idriche e marine;
  • transizione verso l’economia circolare, riduzione e riciclo dei rifiuti;
  • prevenzione e controllo dell’inquinamento;
  • protezione della biodiversità e della salute degli eco-sistemi.

Per essere eco-compatibile, un’attività dovrà dunque: contribuire positivamente ad almeno uno dei sei obiettivi ambientali; non produrre impatti negativi su nessun altro obiettivo; essere svolta nel rispetto di garanzie sociali minime (dettate dalle linee guida dell’OCSE e i documenti ONU sul tema).

Secondo una recente analisi della rete Centres for European Policy Network (CEP), l'accoppiamento alla tassonomia verde, con tutte le sue possibili eccezioni e sviluppi, comporta però anche dei rischi. Lo standard UE potrebbe infatti venire poco considerato se non riuscirà ad incontrare le preferenze di sostenibilità degli investitori. Questo è già evidente oggi nel quadro della disputa aperta sulla classificazione dell’energia nucleare e del gas naturale.

Ci si riferisce, in particolare, all’attesa ed imminente decisione da parte della Commissione europea di considerare o meno l’energia nucleare e il gas naturale “sostenibili”. Una tendenza pro-nucleare e pro-gas naturale infatti sta già emergendo sostenuta da diversi “gruppi” di Stati membri e quindi saranno diversi gli attori che vedranno il risultato di tale decisione come qualcosa di non rispettoso della loro idea di sostenibilità e conseguentemente potrebbero perdere fiducia nella “tassonomia” prevista dall’UE.

Il CEP allora si chiede se vi sia oggi veramente bisogno di una definizione “imposta” di sostenibilità come stabilito dalla “tassonomia verde”, non esiste infatti ancora una comprensione oggettiva o uniforme della sostenibilità. Dovrebbe essere perfettamente legittimo poter classificare le attività sostenibili in base a diversi criteri e ponderarli differentemente in caso di conflitti tra diversi obiettivi ambientali.

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Stop al greenwashing

In un precedente studio del CEP sul pacchetto di misure dell’UE che, all’interno del Green Deal, sono volte a rendere la finanza più sostenibile, si era già evidenziato come diverse delle iniziative previste dall’UE sollevino delle perplessità. La Commissione ha infatti intenzione di introdurre, già nel prossimo futuro, numerosi nuovi propri “marchi” di qualità per i prodotti finanziari definiti “sostenibili”, al fine di aumentare la trasparenza e prevenire il “greenwashing” – quella strategia di comunicazione che valorizza la reputazione ambientale di un’impresa pubblicizzandone la sostenibilità, anche quando non vi sono risultati reali e credibili sul fronte del miglioramento dei processi produttivi adottati o dei prodotti realizzati.

Ma secondo il CEP questo finirebbe per spostare inevitabilmente il segmento dei “marchi di qualità” dal settore privato a quello pubblico. La concorrenza rispetto migliori “marchi” sulla base delle preferenze degli investitori verrebbe di fatto indebolita se non impedita di fatto. Mentre, l'UE dovrebbe intervenire con propri correttivi normativi solo quando i “marchi di qualità” privati sollevano determinate preoccupazioni di supervisione o di regolamentazione.

Inoltre, come parte della revisione del quadro normativo dell’UE per le banche e le compagnie di assicurazione, la Commissione ha incaricato le autorità europee di supervisione finanziaria di esaminare se uno sconto sui requisiti patrimoniali degli emittenti in futuro è giustificato per gli investimenti sostenibili. Il CEP ritiene che anche questo sia rischioso, poiché avverte che è una questione ancora aperta quella di dimostrare che gli investimenti sostenibili siano effettivamente meno rischiosi di quelli non sostenibili. Un ammorbidimento dell’approccio normativo basato sul rischio dovrebbe quindi essere evitato, altrimenti, potrebbero insorgere anche dei pericoli per la stabilità dei mercati finanziari.

Per quanto riguarda i Green Bonds, il CEP ritiene poi importante che sia gli emittenti che gli investitori possano contare sul fatto che un’obbligazione “verde” non perda il suo status di EuGB, anche in caso di future modifiche della tassonomia UE e considera positivo il fatto che l’applicazione della prevista normativa UE rimanga, comunque, un atto volontario perché in tal modo i parametri standard di mercato già esistenti e ampiamente accettati a livello globale non verrebbero automaticamente sostituiti del tutto.

Malgrado le difficoltà già evidenziate, anche il CEP comunque sottolinea che collegandosi alla tassonomia verde, gli investitori otterrebbero almeno un orientamento approssimativo sull’uso dei proventi di tali operazioni finanziarie, aspetto indubbiamente da valutare positivamente. Inoltre, la rigorosa procedura di registrazione prevista dalla proposta di normativa UE, nonché i requisiti di supervisione delle obbligazioni verdi richiesti a valutatori esterni, potrebbero contribuire a rafforzare la fiducia degli investitori rispetto tali obbligazioni.

Photo credit: Foto di ejaugsburg da Pixabay 

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