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Quale futuro per i fondi europei della Politica di Coesione?

 

Commissaria Elisa Ferreira - Photo credit: Photographer: Jennifer Jacquemart - European Union, 2022La maggior parte dei paesi UE - tra cui l'Italia - attende ancora l'approvazione dell'Accordo di partenariato per la gestione dei fondi europei 2021-2027, ma a Bruxelles è già tempo di pensare alle regole della prossima programmazione della Politica di Coesione. E il mantra è ancora una volta semplificazione.

Il pacchetto legislativo della Politica di Coesione 2021-27

Punto di partenza della riflessione sul futuro dei fondi strutturali europei è l'ottava relazione sulla Politica di Coesione, pubblicata dalla Commissione a febbraio e ora oggetto delle conclusioni del Consiglio, che il 2 giugno ha indicato le priorità per i fondi UE post 2027.

A livello tematico il focus si conferma sulle transizioni verde e digitale e sul pilastro europeo dei diritti sociali, mentre circa il metodo il richiamo è a una maggiore attenzione alla dimensione locale, per permettere ai singoli territori di affrontare sia le sfide di lungo termine che quelle determinate dalla pandemia di Covid-19 e dalla guerra in Ucraina e il loro impatto asimmetrico sulle regioni e i paesi dell'UE. Per supportare gli investimenti in maniera efficace - secondo i 27 - servirà però un ulteriore sforzo di semplificazione delle regole.

Cosa dice l'ottava relazione sui fondi europei della Politica di Coesione?

Il quadro che emerge dall'ottava relazione sulla Politica di Coesione, presentata il 9 febbraio dalla commissaria Elisa Ferreira, è a luci e ombre. Il contributo dei fondi strutturali europei all'obiettivo della riduzione delle disparità territoriali e sociali tra le regioni dell'UE è testimoniato dal calo del 3,5% del divario esistente tra il PIL pro capite del 10% delle regioni meno sviluppate e il PIL pro capite del 10% delle regioni più sviluppate. Segnali positivi sono le previsioni sulla crescita, in base alle quali nel 2023 il PIL pro capite sarà superiore del 2,6% nelle regioni meno sviluppate, e la riduzione del numero di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale (sceso di 17 milioni tra il 2012 e il 2019).

La mobilitazione dei fondi europei ha compensato in molti contesti la contrazione della spesa nazionale per investimenti e la prontezza con cui la Politica di Coesione è stata mobilitata in risposta alla pandemia da Coronavirus ha permesso alle regioni di disporre di risorse per affrontare le principali urgenze economiche e sanitarie.

Ora, però, secondo la Commissione, è tempo di tornare a concentrarsi sulla vocazione originaria della Politica regionale, la promozione della convergenza tra i paesi e le regioni dell'UE, che il Recovery and Resilience Facility, nell'ambito del Piano Next Generation EU, non è in grado da solo di perseguire. Tanto più che le nuove sfide collegate alle transizioni digitale ed ecologica metteranno ulteriormente sotto pressione i territori meno sviluppati.

Da una parte ci sono infatti le regioni meno sviluppate dell'Europa orientale, che a partire dal 2001 hanno iniziato a recuperare terreno rispetto al resto dell'UE, con una sostanziale riduzione del divario in termini di PIL pro capite, ma che ora hanno bisogno di accrescere la competitività per evitare la cosidetta “trappola della sviluppo”. Lo spostamento dell'occupazione dall'agricoltura verso settori a più alto valore aggiunto, sostenuto da investimenti infrastrutturali e bassi costi e salari, ha permesso di promuovere la crescita, ma nel tempo i ritorni sugli investimenti in infrastrutture tenderanno a diminuire e i vantaggi legati ai bassi costi diminuiranno senza investimenti in istruzione, formazione, ricerca e innovazione e nella qualità delle istituzioni.

Dall'altra parte ci sono diverse regioni a reddito medio e meno sviluppate, soprattutto del Sud Europa, che dopo anni di stagnazione o di declino economico – con fasi alterne dalla crisi economica e finanziaria nel 2008 - già si trovano in una trappola dello sviluppo. In queste regioni meno sviluppate - tra cui le italiane, soprattutto Calabria, Sicilia, Sardegna, Campania e Abruzzo - si riscontrano le maggiori disparità in termini di accesso a lavoro, reddito, istruzione, sanità e il gender gap occupazionale risulta doppio rispetto a quello rilevato nelle più sviluppate.

Entrambe le categorie di regioni, a Est come a Sud, richiedono inoltre forti investimenti sul piano della governance e della capacità istituzionale, dal miglioramento dell'ambiente imprenditoriale all'efficacia del sistema giudiziario, e presentano capacità limitate di promozione dello sviluppo economico da parte dei governi subnazionali, nonostante proprio questi siano chiamati a svolgere un ruolo cruciale nella realizzazione degli investimenti pubblici.

Per rafforzare il ruolo delle regioni e metterle in condizioni di affrontare al meglio i nuovi fattori di disparità collegati alle transizioni gemelle e all'invecchiamento della popolazione, oltre a quelli alimentati dalla pandemia, Bruxelles propone di avviare un ampio dibattito politico sul futuro della Politica di Coesione dopo il 2027, guardando all'orizzonte temporale del 2050.

Fondi europei 2021-27: cosa prevede il nuovo Accordo di partenariato

Le proposte per la Politica di Coesione post 2027 e le sinergie con il Recovery

Alcuni punti di partenza possibili sono già contenuti nella relazione della Commissione.

Anzitutto, occorre aumentare l'efficacia delle politiche locali, integrando le politiche strutturali a livello nazionale con politiche place-based, non solo per quanto riguarda i piani finanziati dal Fondo per una transizione giusta, ma anche per rafforzare la competitività e l'ecosistema dell'innovazione, attraverso le strategie di specializzazione intelligente, e affrontando le le transizioni verde e digitale con un approccio di sviluppo territoriale integrato. L'attuazione della Politica di Coesione dovrebbe inoltre essere snellita ulteriormente, sia rafforzando governance multilivello e principio di partenariato, che prevendendo maggiori semplificazioni a vantaggio dei beneficiari finali.

Secondo la relazione i fondi strutturali europei dovrebbero anche svolgere un ruolo maggiore nel sostenere gli investimenti pubblici e privati nelle transizioni verde, digitale e demografica, anche facendo leva sulle risorse del settore privato e favorendo adeguamenti istituzionali che consentano una maggiore spesa pubblica, attraverso le entrate fiscali, i diritti di utenza, i canoni e altre fonti di reddito a lungo termine. Anche gli investimenti nelle persone, lungo tutto l'arco della vita, dovrebbero essere aumentati, da quelli per l'istruzione e la formazione a quelli per l'inclusione sociale e per lo sviluppo delle capacità imprenditoriali.

Serve poi un cambio di passo per rendere effettiva la complementarità tra le fonti di finanziamento UE, per cui rispetto all'attuale approccio alle sinergie basato sugli input e sui flussi finanziari bisognerebbe concentrarsi maggiormente sulle reali complementarità e sulle interdipendenze strategiche tra settori e tra politiche europee. Con l'introduzione di un nuovo principio trasversale, in aggiunta al do no significant harm: "non nuocere alla coesione", nel senso che nessuna azione che possa ostacolare il processo di convergenza o contribuire alle disparità regionali dovrebbe essere essere ulteriormente sviluppata e integrata nel processo decisionale.

Il banco di prova potrebbero essere già i PNRR: il Recovery and Resilience Facility deve già assicurare il 37% all'azione per il clima e il 20% alla transizione digitale; garantire che queste risorse contribuiscano anche alla coesione in modo coordinato è per Bruxelles una sfida fondamentale.

Consulta la relazione: Communication on the 8th Cohesion Report: Cohesion in Europe towards 2050

Le priorità per i fondi UE secondo gli Stati membri

Nelle conclusioni sul futuro della Politica di Coesione adottate il 2 giugno il Consiglio individua anzitutto nella doppia transizione verde e digitale la chiave per sbloccare nuove opportunità di crescita ed evitare nuove disparità tra le regioni europee, mentre l'attuazione del pilastro europeo dei diritti sociali dovrebbe sostenere le azioni degli Stati membri per una società più giusta e inclusiva. Per preparare i cittadini ad affrontare le transizioni gemelle, nel mondo del lavoro e non solo, cruciali saranno poi gli investimenti volti a rafforzare l'istruzione e la formazione professionale.

La Politica di coesione dovrebbe inoltre prestare più attenzione alle esigenze e al potenziale dei territori, permettendo di indirizzare i fondi europei sugli investimenti più rilevanti a livello locale e sulle aree che hanno maggiormente bisogno dell'intervento pubblico. Focus quindi sulle regioni a reddito medio in stagnazione o in recessione da molti anni, sulle zone più interessate dalla transizione industriale, ma che su aree interne e rurali e sui territori penalizzati da svantaggi naturali o demografici. Senza dimenticare le specifiche sfide, economiche e sociali, che le regioni confinanti con Russia, Bielorussia, Ucraina e Repubblica di Moldavia si trovano ad affrontare a causa del conflitto in corso.

Per i 27 i fondi UE dovrebbero quindi, da una parte, intervenire con soluzioni differenziate per specifiche esigenze territoriali, dall'altra, contribuire a sviluppare congiuntamente soluzioni integrate a livello regionale, subregionale o interregionale, anche capitalizzando l'esperienza di cooperazione sviluppata attraverso i programmi Interreg e le strategie macroregionali.

Per sostenere le strategie di sviluppo dell'Unione e insieme mitigare gli effetti delle recenti crisi, la Politica di Coesione post 2027 dovrà però essere più semplice, coerente e trasparente. Un nuovo intervento sulle regole dovrebbe quindi facilitare l'accesso ai fondi europei 2028-2034, evitare la moltiplicazione delle fonti di finanziamento e la loro sovrapposizione e renderli più flessibili in caso di emergenza. La Politica di Coesione non è uno strumento anticrisi, ma la sua mobilitazione si è rivelata decisiva nel contesto della pandemia e ora di nuovo in risposta all'emergenza in Ucraina. Per i 27 dovrà essere in grado di farlo ancora, senza pregiudicare i suoi obiettivi strutturali e a lungo termine.

I fondi europei a disposizione dell'Italia nel settennato 2021-27

Leggi le conclusioni del Consiglio sul futuro della Politica di Coesione

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